Le banchine del Naviglio Interno: come appariva il centro di Milano prima della copertura del 1929
Chi percorre oggi corso di Porta Ticinese, via Torino o le vie attorno a piazza Cordusio fatica a immaginare che sotto l'asfalto scorra ancora, canalizzata e silenziosa, l'acqua che per secoli ha dato forma e vita al centro di Milano. Prima del 1929, quella stessa acqua scorreva all'aperto, visibile, rumorosa, percorsa da barche e costeggiata da banchine animate da lavoratori, mercanti e passanti. Il Naviglio Interno — chiamato anche Naviglio di Porta Ticinese nel tratto meridionale e conosciuto con vari nomi a seconda del punto — era una delle arterie fondamentali della città, non solo per i trasporti ma per l'identità stessa di Milano.
La decisione di coprire i navigli del centro urbano, avviata nei primi decenni del Novecento e completata in modo significativo proprio nel 1929, ha cancellato un paesaggio che per generazioni era stato la normalità. Non si trattava di canali marginali o periferici: correvano nel cuore della città, lambivano edifici storici, alimentavano attività artigianali e commerciali, e conferivano a certi scorci un carattere che oggi sopravvive soltanto nelle fotografie d'epoca e nelle stampe dell'Ottocento.
La rete idrica che strutturava la città
Per capire cosa rappresentassero le banchine del Naviglio Interno, è necessario collocarle nel sistema più ampio dei navigli milanesi. Milano era, fino al secolo scorso, una città d'acqua in senso pieno. I canali non erano una sovrastruttura decorativa: erano infrastrutture vitali che collegavano la città con i laghi lombardi, con il Po e con i territori agricoli circostanti. Il Naviglio Grande, il Naviglio della Martesana, il Naviglio di Pavia e il Naviglio Interno formavano una rete interconnessa attraverso cui transitavano merci, materiali da costruzione, derrate alimentari.
Il Naviglio Interno — o Naviglio di Porta Ticinese nella sua denominazione più comune per il tratto urbano — era il canale che chiudeva il cerchio all'interno delle mura spagnole, collegando i punti di arrivo dei canali principali e permettendo la distribuzione delle merci nel centro cittadino. Le sue banchine erano dunque luoghi di lavoro intenso: vi si scaricavano pietre, legname, carbone, cereali. Ma erano anche luoghi di socialità, di sosta, di commercio minuto.
Come apparivano le banchine nel tardo Ottocento e nei primi del Novecento
Le fotografie storiche che documentano le banchine del Naviglio Interno prima della copertura restituiscono un'immagine di Milano sorprendentemente diversa da quella attuale. Il canale scorreva a cielo aperto con una larghezza variabile, fiancheggiato su uno o entrambi i lati da percorsi lastricati — le banchine appunto — lungo i quali si svolgevano le operazioni di carico e scarico delle merci.
Gli edifici che si affacciavano sull'acqua avevano spesso i piani terreni adibiti ad attività legate al canale stesso: depositi, officine, piccole botteghe. Alcuni palazzi mostravano ancora, nei secoli scorsi, accessi diretti all'acqua. La presenza del canale condizionava l'architettura circostante, e non di rado determinava il valore dei fondi e degli immobili affacciati su di esso.
Nel tratto che attraversava l'area tra porta Ticinese e la cerchia interna, il paesaggio era caratterizzato da ponti in pietra o in ghisa — sostituzioni ottocentesche di ponti precedenti — che rappresentavano punti di attraversamento e di osservazione privilegiata. Ponti come quello di via Santa Maria alla Porta o quello nei pressi di san Eustorgio erano elementi urbani riconoscibili, integrati nella vita quotidiana dei residenti.
La qualità dell'acqua, va detto, era già alla fine dell'Ottocento oggetto di preoccupazione. L'industrializzazione e la crescita demografica avevano progressivamente ridotto la pulizia dei canali urbani, e questo contribuì ad alimentare il dibattito sulla loro copertura.
Le ragioni della copertura del 1929
La copertura del Naviglio Interno non fu una decisione improvvisa né esclusivamente estetica. Si inseriva in un progetto di modernizzazione urbana che aveva radici nel tardo Ottocento e che trovò impulso definitivo durante il regime fascista, nell'ambito dei grandi lavori di trasformazione che interessarono molte città italiane negli anni Venti e Trenta.
Le motivazioni ufficiali erano legate all'igiene pubblica — i canali urbani erano percepiti come fonti di miasmi e malattie — e alla viabilità. Milano stava crescendo rapidamente, il traffico veicolare aumentava, e i canali con i loro ponti rappresentavano colli di bottiglia nel sistema della circolazione. La copertura avrebbe permesso di ricavare nuove sedi stradali, più ampie e adatte al traffico automobilistico che si prevedeva in forte espansione.
C'era anche una componente simbolica non trascurabile: trasformare Milano in una città moderna, europea, efficiente, capace di competere con le grandi metropoli industriali del continente. In questo immaginario, i canali urbani appartenevano a un passato da superare, non a un patrimonio da preservare.
I lavori di copertura del tratto interno procedettero per fasi nel corso degli anni Venti, con il 1929 come anno di completamento di una parte significativa dell'opera. Le banchine scomparvero sotto platee di cemento armato, i ponti vennero demoliti, e al loro posto si aprirono le strade che oggi conosciamo.
Cosa rimane oggi della Milano sotterranea
La Milano sotterranea custodisce ancora i resti di quel sistema idrico. I canali coperti non sono stati interrati nel senso letterale del termine: scorrono ancora, in gran parte, sotto le strade cittadine, all'interno di gallerie o sezioni murarie che in alcuni punti risalgono all'epoca medievale o moderna.
Nel corso degli anni sono state organizzate visite guidate e sopralluoghi tecnici che hanno permesso di documentare lo stato dei canali sotterranei. In alcuni punti le banchine originali sono ancora visibili, le pietre d'attracco, i gradini di accesso all'acqua. Si tratta di testimonianze materiali di notevole interesse storico, che rendono concreta l'idea di come fosse strutturata la città prima della trasformazione novecentesca.
Il dibattito sulla possibile riapertura di alcuni tratti dei navigli interrati è ricorrente nella politica e nella cultura milanese. Diversi studi di fattibilità si sono succeduti nel tempo, con valutazioni che riguardano i costi, l'impatto sulla viabilità e la qualità dell'acqua. La questione rimane aperta, e alimenta un interesse crescente verso quella stratificazione storica che costituisce la parte meno visibile, ma non meno rilevante, del patrimonio urbano di Milano.
Guardare le fotografie delle banchine del Naviglio Interno significa confrontarsi con una città che non esiste più nella sua forma, ma che continua a esistere sotto i piedi di chi la abita. Quella continuità fisica, seppur nascosta, è forse la ragione per cui il tema dei navigli interrati continua a esercitare una fascinazione autentica, al di là della nostalgia.