Le osterie storiche di Brera: dove si incontravano artisti e intellettuali milanesi nel Novecento
C'è una Milano che non esiste più, ma che ha lasciato tracce profonde nel carattere della città. Era una Milano che si ritrovava nelle osterie di Brera, tra bicchieri di barbera e tavoli di marmo consumato, dove un pittore squattrinato poteva sedersi accanto a un critico d'arte, un poeta a un giornalista. Questi locali non erano semplici luoghi di ristoro: erano il cuore pulsante di una vita intellettuale che avrebbe segnato il Novecento milanese.
Il quartiere di Brera ha sempre avuto una doppia natura. Da un lato l'Accademia di Belle Arti, che dal Settecento in poi attirava studenti e maestri da tutta Italia. Dall'altro una rete fitta di osterie, trattorie e bettole dove quella stessa energia creativa continuava a fluire liberamente, lontana dalle aule e dai formalismi. Era negli spazi intermedi tra arte alta e vita quotidiana che nascevano le idee, le amicizie, i sodalizi e talvolta anche le rivalità più feconde.
Raccontare le storie ed aneddoti sulla città di Milano attraverso questi locali significa ricostruire un pezzo di memoria collettiva che rischia di dissolversi sotto la pressione del turismo di massa e della gentrificazione accelerata che ha trasformato Brera in qualcosa di molto diverso da quello che era.
Il Bar Giamaica: il salotto dei pittori del dopoguerra
Tra tutti i locali che hanno segnato la storia culturale di Brera, nessuno ha un posto paragonabile a quello del Bar Giamaica, in via Brera 32. Aperto nel 1911, divenne il punto di riferimento della scena artistica milanese soprattutto nel secondo dopoguerra. Negli anni Cinquanta e Sessanta era difficile entrare senza incrociare qualche volto noto: Ugo Mulas, il fotografo che ha immortalato intere generazioni di artisti, era di casa. Lo stesso valeva per pittori come Lucio Fontana, Piero Manzoni, Emilio Vedova nei suoi passaggi milanesi.
Il Giamaica non era un locale elegante. Era esattamente il contrario: economico, rumoroso, con una luce che nei mesi invernali filtrava a fatica dalle vetrine appannate. Proprio questa mancanza di pretese lo rendeva democratico. Uno studente dell'Accademia poteva permettersi di passarci un pomeriggio con un caffè e, se aveva fortuna, finiva per ascoltare una conversazione che valeva più di molte lezioni. Qui si discuteva di arte informale, di politica, di letteratura, spesso tutto insieme e senza troppe distinzioni di genere.
Anche il mondo editoriale gravitava attorno a questi tavoli. Milano era allora la capitale dell'editoria italiana, e non era raro che redattori di riviste e case editrici passassero dal Giamaica per incontrare qualcuno, raccogliere un manoscritto, stringere un accordo.
L'Osteria del Milanese e la tradizione dei luoghi senza nome
Accanto ai locali con una storia documentata, il tessuto di Brera era costellato di osterie minori, spesso senza insegna o con nomi che cambiavano con i proprietari. Erano i posti che i frequentatori abituali chiamavano semplicemente «da Mario» o «dal Gianni», identificati dalla personalità di chi li gestiva più che da qualsiasi altro elemento.
Questa informalità era parte integrante della loro funzione sociale. Non esisteva una lista d'attesa, non esisteva un dress code, non esisteva nemmeno un orario rigido. Si entrava, ci si sedeva, si ordinava quello che c'era. Il vino era quello della casa, la cucina era quella della tradizione lombarda: cassoeula nei mesi freddi, nervetti in insalata d'estate, sempre qualcosa di sostanzioso e poco costoso.
In questi contesti si sono intrecciate alcune delle amicizie più significative della cultura milanese del Novecento. Il poeta Giovanni Testori, profondamente legato a Milano e alla sua periferia, frequentava questi ambienti di Brera con la curiosità di chi cerca materiale umano per la propria scrittura. Anche Alda Merini, prima che la malattia e la lunga degenza ospedaliera la segnassero in modo irreversibile, aveva nella frequentazione dei bar e delle osterie di Brera una dimensione importante della propria vita quotidiana e creativa.
La funzione sociale delle osterie: molto più del vino
Sarebbe riduttivo leggere queste osterie solo come luoghi di consumo o di svago. Avevano una funzione molto più complessa, che oggi definiremmo di coworking ante litteram, anche se il termine suonerebbe anacronistico e fuori luogo.
Per molti artisti, soprattutto quelli che lavoravano in atelier piccoli e spesso freddi, l'osteria era un'estensione dello spazio di lavoro. Non si dipingeva fisicamente, ovviamente, ma si discuteva di lavori in corso, si ricevevano commissioni, si vedevano le fotografie delle opere di un collega, si decideva chi avrebbe partecipato a una mostra. Il mercato dell'arte milanese, almeno nelle sue articolazioni informali, passava in parte da questi tavoli.
Esisteva poi una funzione di mutuo soccorso che raramente viene raccontata. In un'epoca in cui molti artisti vivevano in condizioni economiche precarie, il proprietario dell'osteria di fiducia concedeva spesso credito, accettava un disegno o una piccola opera come pagamento, chiudeva un occhio sui ritardi. Era un sistema informale di patronato diffuso, lontano dalle grandi istituzioni culturali ma altrettanto necessario per far funzionare l'ecosistema creativo del quartiere.
Il declino e la trasformazione
La parabola di questo mondo comincia a declinare già negli anni Settanta, accelera negli Ottanta. Brera diventa progressivamente più costosa e più alla moda, nel senso peggiore del termine. I locali storici chiudono uno dopo l'altro o si trasformano per intercettare una clientela diversa. Gli affitti salgono, i pittori e gli studenti si spostano verso altri quartieri, la vita intellettuale si frammenta e si de-localizza.
Il Bar Giamaica ha resistito più a lungo di altri, mantenendo una continuità almeno parziale con la propria storia. Ma anche lì il carattere è cambiato: ciò che era spontaneo è diventato consapevole, ciò che era identità è diventato brand. Non è una colpa di nessuno in particolare, è il destino di quasi tutti i luoghi che diventano leggendari.
Quel che resta, al di là della nostalgia, è la consapevolezza di quanto questi spazi abbiano contribuito a formare la cultura milanese del Novecento. Le storie ed aneddoti sulla città di Milano che circolano ancora oggi, le memorie di chi ha vissuto quegli anni, rimandano con sorprendente frequenza a questi tavoli di osteria, a queste conversazioni notturne, a questi incontri che sembravano casuali e invece costruivano qualcosa di duraturo. Una città non si racconta solo attraverso i suoi monumenti e le sue istituzioni: si racconta anche attraverso i luoghi dove le persone si sono sedute a parlare, a discutere, a immaginare il futuro.