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Porta Ticinese e i barcaioli del Naviglio: mestieri scomparsi del vecchio borgo

Porta Ticinese e i barcaioli del Naviglio: mestieri scomparsi del vecchio borgo

C'è un tratto di Milano che ancora oggi, nonostante i cocktail bar e le gallerie d'arte, conserva qualcosa di antico nei muri scrostati e nelle pietre dei Navigli. Porta Ticinese è uno di quei luoghi in cui la topografia urbana racconta da sola secoli di storia: il borgo ticinese fu per lunghi secoli il cuore pulsante di un'economia fondata sull'acqua, sui canali, sul lavoro fisico e quotidiano di centinaia di persone che dall'alba al tramonto vivevano in simbiosi con il Naviglio Grande.

Di quella Milano rimangono poche tracce materiali — qualche edificio, le alzaie, la conformazione stessa delle strade — ma soprattutto rimangono le storie. Storie ed aneddoti sulla città di Milano che riguardano uomini e donne i cui mestieri non esistono più, cancellati dall'industrializzazione prima e dalla copertura dei canali poi, avvenuta tra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento. Professioni che oggi suonano quasi esotiche: il barcaiolo, il camparòtt, il lavandaio, il mugnaio d'acqua.

Il Naviglio Grande e l'economia del canale

Per capire quei mestieri bisogna immaginare il Naviglio Grande non come lo si vede oggi — uno specchio d'acqua pittoresco affiancato da locali e negozietti — ma come una vera e propria autostrada commerciale. Fino alla metà del XIX secolo, e in parte anche oltre, il trasporto via acqua era il sistema più efficiente per spostare merci pesanti verso e dalla città. Il marmo di Candoglia che costruì il Duomo arrivò a Milano lungo il Naviglio Grande. Così il granito, il legname, le pietre da costruzione, i cereali, il carbone.

Il borgo di Porta Ticinese era il terminale naturale di questo traffico: qui si scaricavano le merci, si contrattava, si immagazzinava, si redistribuiva. L'intera struttura urbana del quartiere era organizzata intorno al canale e alle sue necessità logistiche. I portici bassi, i cortili profondi, le strade larghe quel tanto che bastava per far passare un carro: tutto rispondeva a una logica funzionale che oggi è difficile anche solo da intuire camminando sul selciato.

I barcaioli: mestiere, vita, identità

I barcaioli del Naviglio — detti in dialetto milanese barcarieu — non erano semplici traghettatori. Erano professionisti specializzati nella conduzione di imbarcazioni da carico, i cosiddetti barconi o navicelli, capaci di trasportare anche diverse tonnellate di materiale. La navigazione dei Navigli non era un'operazione banale: richiedeva conoscenza precisa delle correnti, delle chiuse, dei fondali e dei punti critici lungo il percorso.

Molti di loro vivevano letteralmente a bordo, oppure nelle abitazioni basse e umide che si affacciavano direttamente sull'alzaia. Era una categoria con una propria identità sociale ben definita, spesso tramandata di padre in figlio: le famiglie di barcaioli erano comunità riconoscibili nel tessuto del borgo, con i propri rituali, i propri luoghi di ritrovo, le proprie gerarchie interne. Il camparòtt, ad esempio, era colui che manovrava il timone nelle operazioni più delicate, come l'ingresso nelle conche o il passaggio sotto i ponti bassi. Una figura di riferimento, rispettata dagli altri naviganti.

La loro giornata lavorativa iniziava all'alba e seguiva i ritmi delle chiuse, che regolavano i livelli dell'acqua lungo il percorso. Il lavoro era fisicamente duro: tirare una barca controcorrente con le corde dall'alzaia, scaricare merci pesanti, riparare il fasciame nelle soste. Le osterie lungo il Naviglio erano parte integrante di questa cultura — luoghi di sosta, contrattazione e riposo, non molto diversi dalle aree di servizio di un'autostrada moderna.

Le lavandaie e gli altri mestieri dell'acqua

Accanto ai barcaioli, l'acqua del Naviglio sosteneva un intero indotto di professioni. Le lavandaie — le lavandee in dialetto — erano una presenza costante e rumorosa sulle sponde. Lavoravano per le famiglie benestanti della città, ma anche per le locande e gli ospedali. Il lavoro si svolgeva in ginocchio sulle pietre dei lavatoi, con le mani nell'acqua fredda per ore. Non era un mestiere marginale: in alcune aree del borgo, le lavandaie costituivano una componente economica rilevante e avevano sviluppato forme di organizzazione informale per gestire la concorrenza e i prezzi.

C'erano poi i mugnai che gestivano i mulini ad acqua posizionati lungo il canale, i rodèe, ruote idrauliche che trasformavano la corrente in energia meccanica. I mulini del Naviglio Grande macinarono grano per secoli, e i mugnai che li governavano erano figure di un certo peso nel quartiere, spesso anche piccoli imprenditori che compravano il grano e rivendevano la farina.

Meno noti ma ugualmente caratteristici erano i remolazz, i raccoglitori di materiali trascinati dalla corrente — detriti, pezzi di legname, oggetti perduti — che rivendevano quanto recuperavano. Una figura ai margini dell'economia formale, ma radicata in quel paesaggio urbano fatto di acqua e commercio.

La fine di un mondo

La lenta agonia di questi mestieri iniziò con l'avvento del trasporto ferroviario, che nel corso dell'Ottocento rese progressivamente meno competitiva la navigazione interna per le merci. Il declino si accelerò nel primo Novecento, e la copertura dei Navigli interni, decisa dal regime fascista e completata nei decenni successivi, pose fine definitivamente a ciò che restava di quella cultura dell'acqua.

La Milano che emerse da quel processo di modernizzazione aveva guadagnato strade più larghe e una rete tranviaria efficiente, ma aveva perso qualcosa di difficile da quantificare: un rapporto con il territorio, con le stagioni, con il lavoro fisico legato all'elemento idrico che aveva plasmato l'identità del borgo ticinese per secoli.

Le storie ed aneddoti sulla città di Milano legati a Porta Ticinese sopravvivono oggi principalmente nella memoria orale delle famiglie più radicate nel quartiere, in qualche archivio fotografico, e in pubblicazioni di storia locale che negli ultimi decenni hanno cercato di raccogliere testimonianze prima che si perdessero definitivamente. È una storia minore, nel senso nobile del termine: non quella dei grandi eventi, ma quella delle persone comuni che costruirono giorno per giorno la città che conosciamo.

Passeggiare oggi lungo il Naviglio Grande verso Porta Ticinese, tra gli aperitivi del giovedì sera e le boutique vintage, è un'esperienza stratigrafica senza saperlo. Sotto i sampietrini e dietro le facciate colorate scorre ancora, invisibile, quella Milano di acqua e fatica che i barcaioli del Naviglio conoscevano a memoria.