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L'Arco di Porta Romana: perché i milanesi abbatterono la loro porta monumentale nel 1793

Nel cuore delle storie ed aneddoti sulla città di Milano si nasconde una vicenda che dice molto sul carattere ambivalente di questa metropoli: la sua capacità di costruire simboli grandiosi e, con altrettanta determinazione, di abbatterli quando smettono di servire allo scopo. È quanto accadde all'Arco di Porta Romana, uno dei monumenti più imponenti che la città avesse mai eretto, raso al suolo nel 1793 dopo meno di due secoli di vita. Una demolizione che non fu un atto di vandalismo né di dimenticanza, ma una scelta precisa, ponderata, e per certi versi rivelatrice.

In realtà l'Arco di Porta Romana del 1598 (quello spagnolo) esiste ancora oggi a Piazzale Medaglie d'Oro ed è visibile e visitabile. Ciò che fu abbattuto intorno al 1793 fu la Porta Romana medievale (1171),

Per capire perché quell'arco fu abbattuto, bisogna prima capire perché fu costruito. E per capire questo, occorre tornare alla Milano di fine Cinquecento, dominata dalla Spagna e percorsa da un'energia urbana straordinaria, fatta di grandi cantieri, di chiese in costruzione, di una classe dirigente che guardava al decoro pubblico come a uno strumento di potere.

Un arco per una regina: il 1598 e l'arrivo di Margherita d'Austria

Nel 1598 Milano si preparò ad accogliere Margherita d'Austria, la futura sposa di Filippo III di Spagna, nel suo viaggio verso la penisola iberica. Le autorità cittadine decisero che non bastava addobbare le strade: serviva qualcosa di permanente, un segno architettonico che testimoniasse la devozione della città agli Asburgo e, insieme, la sua capacità di competere con le grandi capitali europee in fatto di magnificenza.

L'arco trionfale eretto per l'occasione all'ingresso meridionale della città non era una struttura effimera come quelle lignee che si montavano e smontavano per ogni celebrazione. Era costruito in pietra, decorato con bassorilievi e iscrizioni, pensato per durare. Si trattava di una porta nel senso pieno del termine: un varco fisico nelle mura spagnole che cingevano Milano, ma anche un manifesto ideologico. Chi entrava in città da quella direzione — provenendo da Roma, da Lodi, dall'Italia centrale — capiva subito di trovarsi davanti a una realtà urbana che teneva alla propria immagine.

L'arco segnava il punto in cui la strada proveniente da Roma incontrava le mura, e da questo derivava il nome del quartiere e della porta stessa. Porta Romana non era solo una denominazione topografica: evocava la connessione con l'Urbe, con la via consolare, con una tradizione che risaliva all'antichità.

La struttura e il suo significato urbano

L'Arco di Porta Romana era composto da un fornice centrale affiancato da elementi architettonici di chiara ispirazione classica. Le decorazioni celebravano l'evento che aveva motivato la costruzione, con riferimenti alla famiglia reale e alla grandezza della monarchia ispanica. Ma nel corso del Seicento e del Settecento, man mano che la presenza spagnola lasciava il posto a quella austriaca, il significato simbolico dell'arco si andava sfumando. Quello che era stato eretto per celebrare un momento preciso diventava progressivamente un reperto del passato, legato a una stagione politica ormai conclusa.

Non era però il disinteresse storico il problema principale. Il problema era pratico, concreto, e tipicamente milanese nella sua pragmaticità: l'arco intralciava il traffico.

Milano alla fine del Settecento: una città che cambia pelle

Il Settecento fu per Milano un secolo di trasformazioni radicali. Sotto la dominazione austriaca, e in particolare con le riforme illuministe di Maria Teresa e Giuseppe II, la città subì una ristrutturazione profonda: delle istituzioni, dell'economia, dello spazio urbano. Milano cresceva, i commerci si intensificavano, le carrozze e i carri merci si moltiplicavano sulle strade. Le antiche porte cittadine, pensate per un traffico ben diverso, diventavano colli di bottiglia insostenibili.

L'Arco di Porta Romana era particolarmente problematico. La sua apertura era dimensionata per i transiti del tardo Cinquecento, non per quelli di una città che si avviava verso la modernità. Le merci che entravano da sud, i viaggiatori, le diligenze: tutto si incanalava in un varco che non reggeva più alla pressione. Le autorità austriache, con la mentalità razionalista che contraddistingueva le riforme giuseppine, avevano poca pazienza per i monumenti che ostacolavano l'efficienza.

C'era anche una questione igienica e urbanistica più ampia. Il piano di rinnovamento della città prevedeva l'abbattimento progressivo delle vecchie mura spagnole e delle strutture a esse collegate. In questo contesto, l'arco non era un'eccezione da preservare: era parte di un sistema difensivo e simbolico che l'amministrazione giudicava obsoleto.

La demolizione del 1793

La decisione di abbattere l'arco fu presa e attuata nel 1793. Non ci sono prove di grandi proteste popolari né di battaglie intellettuali per la conservazione, il che dice qualcosa sullo spirito del tempo. La sensibilità moderna verso il patrimonio storico-artistico — quella che oggi ci farebbe rabbrividire all'idea di demolire un monumento del Cinquecento — non aveva ancora attecchito nel modo in cui la conosciamo. Il Romanticismo, con la sua rivalutazione delle rovine e della memoria storica, era appena agli inizi. Il Neoclassicismo imperante guardava al passato in modo selettivo: celebrava l'antico greco-romano ma aveva scarsa deferenza per il tardo Rinascimento o il Manierismo.

L'arco cadde dunque senza grandi rimpianti ufficiali. Al suo posto rimase il nome, che continuò ad abitare il quartiere, le strade, l'immaginario dei milanesi. Porta Romana come luogo sopravvisse alla Porta Romana come edificio: una dissociazione tra toponomastica e realtà fisica che è rimasta fino a oggi.

Cosa rimane e cosa racconta questa storia

Della porta monumentale del 1598 restano alcune documentazioni iconografiche — incisioni, disegni — che permettono di ricostruirne l'aspetto. La zona ha conservato però un altro elemento significativo: i caselli daziari neoclassici progettati da Luigi Cagnola nei primi anni dell'Ottocento, che segnano ancora oggi l'ingresso al quartiere con la loro sobria eleganza. Sono strutture di tutt'altra epoca e funzione, ma hanno finito per diventare i nuovi landmark visivi di un'area che aveva perso il suo monumento principale.

Questa vicenda appartiene a pieno titolo alle storie ed aneddoti sulla città di Milano che meglio ne rispecchiano il carattere. Milano ha sempre avuto un rapporto pragmatico con la propria storia, disposta a sacrificare la memoria quando questa entra in conflitto con le esigenze dello sviluppo. È una tendenza che ha prodotto perdite significative — non solo l'Arco di Porta Romana, ma molti altri edifici e strutture abbattuti nei secoli — ma che riflette anche una città che non si è mai lasciata immobilizzare dal peso del passato.

L'arco del 1598 era nato per celebrare un potere straniero in transito. Finì per essere abbattuto da un altro potere straniero per ragioni di viabilità. Nel mezzo, quasi due secoli durante i quali aveva fatto da cornice all'ingresso meridionale di una delle città più vivaci d'Europa. Non è una storia di grandezza o di decadenza, ma qualcosa di più sfumato: il ritratto di come le città trattano i propri simboli quando questi diventano scomodi.

La Rotonda della Besana: come un ex ospedale spagnolo divenne monumento civico milanese

Ci sono luoghi a Milano che esistono da secoli eppure riescono a sfuggire alla grande narrazione turistica della città. La Rotonda della Besana è uno di questi: un recinto porticato di rara bellezza, nascosto tra le vie di Porta Romana, che custodisce una storia stratificata e per molti versi sorprendente. Pochi sanno che dietro quella facciata settecentesca si celano secoli di vicende legate alla malattia, alla morte, alla carità pubblica e infine alla rinascita culturale.

Il complesso si trova in via Enrico Besana, a pochi passi da corso di Porta Romana, e si presenta come un grande giardino circolare circondato da un portico a colonne con una chiesa al centro, la piccola chiesa di San Michele ai Nuovi Sepolcri. L'insieme ha una compostezza architettonica quasi sorprendente per uno spazio che non viene quasi mai menzionato nelle guide standard della città. Eppure, chi lo conosce lo considera uno dei luoghi più atmosferici di tutta Milano.

Le origini: un cimitero per i poveri dell'ospedale maggiore

Per capire cosa sia davvero la Rotonda della Besana, bisogna tornare all'inizio del Settecento, quando Milano era ancora sotto il dominio asburgico e la gestione della sanità pubblica era affidata all'Ospedale Maggiore, il grande complesso ospedaliero fondato nel 1456 per volontà di Francesco Sforza, oggi sede dell'Università degli Studi di Milano.

L'ospedale, già nei secoli precedenti, aveva necessità di uno spazio dove seppellire i pazienti più poveri, quelli che morivano senza famiglia o senza risorse per una sepoltura dignitosa. Il sito fuori dalle mura della città, in zona Porta Romana, fu scelto proprio a questo scopo. I lavori per la costruzione del complesso funerario presero avvio nei primi decenni del Settecento su progetto dell'architetto Francesco Raffagno, e proseguirono con modifiche e integrazioni nel corso degli anni. Il risultato fu una struttura circolare porticata, destinata ad accogliere le salme dei degenti dell'ospedale che non avevano altra collocazione.

La chiesa dedicata a San Michele, patrono dei defunti secondo la tradizione cristiana, fu costruita al centro del recinto e consacrata nel 1713. La pianta dell'intero complesso — con il portico che corre tutto intorno al giardino centrale e la chiesa che ne occupa il fulcro — richiama una tipologia architettonica comune agli ossari e ai cimiteri monumentali del periodo, ma con una sobrietà lombarda che la distingue nettamente dai grandi complessi barocchi di altre città italiane.

Il collegamento con la dominazione spagnola

Nelle storie ed aneddoti sulla città di Milano, la Rotonda della Besana viene spesso associata alla dominazione spagnola, anche se il nesso richiede qualche precisazione storica. L'Ospedale Maggiore, al quale il complesso era direttamente collegato, operò durante tutto il lungo periodo della presenza spagnola a Milano, che durò dal 1535 al 1706. Le strutture sanitarie e assistenziali della città furono profondamente influenzate dall'amministrazione iberica, che da un lato esercitò pressioni fiscali onerose sulla città, dall'altro lasciò in eredità alcune istituzioni di pubblica utilità.

In questo senso, la Rotonda della Besana può essere considerata un'eredità indiretta di quel periodo: non fu costruita dagli spagnoli, ma nacque dalla trasformazione e dall'espansione di un sistema ospedaliero che aveva preso forma proprio sotto la loro amministrazione. Quando la costruzione del complesso funerario fu avviata nel Settecento, Milano era già passata sotto il controllo austriaco, ma le fondamenta istituzionali erano quelle ereditate dai due secoli precedenti.

Da ossario a deposito, poi il lungo abbandono

Funzionante come cimitero per quasi un secolo, la Rotonda della Besana cessò la sua funzione funeraria con l'editto di Saint-Cloud del 1804, che sotto Napoleone impose la chiusura dei cimiteri all'interno o nelle immediate vicinanze dei centri abitati e impose la creazione di nuovi spazi cimiteriali fuori dalla città. Milano si adeguò con la costruzione del Cimitero Monumentale e poi del Cimitero Musocco, e la Rotonda perse il suo ruolo originario.

Nei decenni successivi il complesso conobbe usi diversi e poco nobili: fu adibito a deposito, a magazzino, attraversò periodi di abbandono e degrado. La chiesa di San Michele rimase sconsacrata, il portico si deteriorò, il giardino centrale perse qualsiasi cura. Era, di fatto, un monumento dimenticato nel mezzo di un quartiere che nel frattempo si era densamente popolato.

Eppure la struttura resistette, anche grazie alla solidità della sua architettura. E resistendo, attendeva una nuova destinazione.

Il recupero e la nuova vita culturale

Il vero cambiamento arrivò nella seconda metà del Novecento, quando il Comune di Milano avviò un processo di recupero e valorizzazione del complesso. La Rotonda della Besana fu riconosciuta come bene architettonico di interesse storico e artistico, sottoposta a restauro e gradualmente restituita alla città con una funzione pubblica.

Oggi il giardino è aperto ai cittadini come parco pubblico, uno di quei piccoli polmoni verdi che nei quartieri più centrali di Milano hanno un valore quasi inestimabile. Il portico e la chiesa sono stati nel tempo utilizzati per mostre, eventi culturali, iniziative legate al mondo dell'infanzia — in particolare il complesso è stato a lungo sede di attività della biblioteca e del museo dei bambini —, confermando una vocazione civica che si è sovrapposta alla storia funeraria in modo del tutto naturale.

La chiesa di San Michele ai Nuovi Sepolcri, pur non più officiata con regolarità, viene aperta in occasione di eventi speciali e conserva ancora la sua atmosfera raccolta, quasi sospesa tra il sacro e il laico.

Un luogo che parla di Milano meglio di molti altri

Ciò che rende la Rotonda della Besana un luogo particolarmente significativo nella geografia emotiva di Milano è proprio questa stratificazione. In poche centinaia di metri quadrati convivono la Milano spagnola e austriaca, quella napoleonica, quella ottocentesca e quella contemporanea. Un cimitero per i poveri diventato parco pubblico racchiude in sé qualcosa di molto milanese: il pragmatismo, la capacità di trasformazione, l'attenzione — non sempre costante, ma reale — verso chi non aveva voce.

È anche un luogo che invita a riflettere su come le città trattino la propria memoria. La Rotonda non è diventata un museo di se stessa né è stata inglobata in un circuito commerciale. È rimasta uno spazio vivo, frequentato dai bambini del quartiere, dai genitori che leggono una pagina di libro sotto il portico, dai curiosi che ci capitano quasi per caso e poi faticano a dimenticarla.

In una città che spesso fatica a raccontare se stessa senza cadere nella retorica del progresso o nella nostalgia, la Rotonda della Besana esiste semplicemente, con la discrezione di chi ha già visto molte epoche passare.

Porta Romana e le mura spagnole: cosa rimane oggi del confine storico di Milano

Ci sono strade a Milano che sembrano seguire un percorso casuale, curve lievi che spezzano la griglia ortogonale della città senza un motivo apparente. In realtà, molte di queste irregolarità hanno una spiegazione precisa: seguono il tracciato delle antiche mura spagnole, il grande sistema difensivo costruito tra il 1548 e il 1560 per cingere la città durante la dominazione ispanica. Un confine fisico che per quasi tre secoli ha stabilito dove finiva Milano e dove cominciava il fuori.

Porsi davanti alla Porta Romana attuale, quella che si erge in Corso di Porta Romana come un arco di trionfo sobrio e solido, significa trovarsi di fronte a uno dei pochi manufatti visibili di quell'antico sistema. Ma la porta che vediamo oggi non è quella cinquecentesca: è una ricostruzione eretta nel 1598 e poi completata nei decenni successivi, destinata ad accogliere l'ingresso di Margherita d'Austria. La storia di questo angolo di città è dunque una stratificazione continua, in cui ogni epoca ha lasciato qualcosa e cancellato qualcos'altro.

Le mura spagnole: un'opera colossale quasi scomparsa

Quando il governatore spagnolo Ferrante Gonzaga decise di dotare Milano di nuove mura, il progetto era tra i più ambiziosi mai realizzati nella Penisola. Il perimetro raggiungeva quasi undici chilometri, con undici porte d'accesso e numerosi baluardi a pianta pentagonale — la forma angolata tipica della moderna architettura militare, pensata per deviare le palle di cannone. La costruzione impiegò decenni e mobilitò risorse enormi, trasformando il paesaggio dei sobborghi milanesi.

Eppure, di questa imponente cinta difensiva oggi rimane pochissimo in forma diretta. La demolizione progressiva cominciò già nel Settecento, accelerò con le trasformazioni napoleoniche e ottocentesche, e si completò sostanzialmente nei primi decenni del Novecento, quando la città in espansione aveva bisogno di spazio e le mura erano diventate un ostacolo ai trasporti e allo sviluppo. I materiali vennero in parte reimpiegati, i fossati interrati, i baluardi spianati.

Ciò che resta oggi si articola in tre forme principali: tracce nel disegno urbano, frammenti murari sparsi e memoria toponomastica.

Il tracciato nascosto nelle strade

La lettura più affascinante delle mura spagnole non passa attraverso i mattoni, ma attraverso la mappa. Il viale che oggi si chiama Bastioni — nelle sue varie denominazioni, da Porta Volta a Porta Vittoria — ricalca quasi esattamente il percorso del fossato esterno alle mura. Quando la cinta fu demolita, al suo posto si aprirono i viali alberati che ancora oggi costituiscono uno degli elementi caratteristici del tessuto urbano milanese del tardo Ottocento.

Anche alcuni slarghi e piazze rivelano la loro origine militare: corrispondono agli antichi spalti o alle aree di rispetto che circondavano i baluardi. Chi percorre in bicicletta i Bastioni di Porta Venezia o di Porta Nuova sta di fatto ricalcando il perimetro di quella che fu una delle più grandi opere di ingegneria militare dell'Italia rinascimentale.

La toponomastica poi conserva la memoria delle porte originali: Porta Ticinese, Porta Venezia, Porta Garibaldi, Porta Genova — nomi che rimandano non sempre alla porta spagnola, ma a volte a quella medievale o a ridenominazioni successive. Ogni porta aveva il suo ruolo: alcune erano destinate ai traffici commerciali, altre ai pellegrinaggi, e Porta Romana in particolare era il varco d'onore per chi arrivava da Roma e dal Sud, la via dei sovrani e degli ambasciatori.

Porta Romana: storia di una soglia urbana

La porta attuale, in Corso di Porta Romana, fu costruita in posizione leggermente arretrata rispetto all'antica porta spagnola, di cui non resta traccia visibile. L'arco che vediamo è in granito rosa di Baveno, con un aspetto austero che stride volutamente con gli archi trionfali più ornati di altre città. Fu progettata per celebrare l'ingresso di Margherita d'Austria, sposa di Filippo III di Spagna, ma i lavori subirono rallentamenti e la struttura fu completata e modificata nel corso del tempo.

Nel corso dell'Ottocento, quando le mura avevano già perso ogni funzione difensiva, la porta rimase come elemento scenografico e simbolico. Attorno a essa si sviluppò il quartiere che ancora oggi porta il nome, un'area che nel corso del Novecento ha cambiato più volte fisionomia, passando da zona di insediamenti operai a quartiere borghese, fino alla mixité sociale e culturale attuale.

Le storie e gli aneddoti sulla città di Milano legati a Porta Romana sono numerosi. Si racconta che durante il periodo napoleonico la porta fu teatro di controlli fiscali serrati, poiché da quella via entravano merci pregiate dalla Toscana e dallo Stato Pontificio. I doganieri — i cosiddetti dazieri — erano figure temute e detestate, e non mancavano i tentativi di contrabbando nascondendo stoffe o spezie nei carri agricoli.

I frammenti sopravvissuti

Al di là della porta, esistono resti murari delle mura spagnole ancora identificabili in alcuni punti della città. Uno dei tratti meglio conservati si trova nei pressi di Porta Genova, dove una sezione del bastione è ancora in piedi, inglobata tra edifici di epoche successive. Altri frammenti emergono nei cortili di alcune proprietà private o nei sotterranei di edifici costruiti direttamente sopra le fondamenta cinquecentesche.

Negli ultimi anni, scavi per la metropolitana e per altri lavori infrastrutturali hanno riportato alla luce porzioni di mura e resti dei fossati, documentati dagli archeologi prima di essere ricoperti. Milano è una città che cela molto sotto la superficie, e ogni cantiere importante diventa potenzialmente una finestra su secoli di storia.

Il Museo Archeologico di Milano conserva materiali e documentazione relativi alle mura, e alcune mappe storiche dell'Archivio di Stato permettono di ricostruire con precisione il perimetro originale, confrontandolo con la città contemporanea.

Una storia ancora da leggere nel presente

Passeggiare lungo i Bastioni o attraversare Porta Romana con consapevolezza storica trasforma l'esperienza urbana. Milano non è una città che ostenta la propria antichità come Roma o Venezia: la tende a nascondere, a incorporare, a sovrascrivere. Ma proprio per questo ogni frammento visibile acquista un peso particolare.

Le mura spagnole non sono solo un reperto militare o un documento architettonico: raccontano il momento in cui Milano fu ripensata come capitale di un dominio europeo, quando la città si aprì a influenze culturali iberiche e fiamminghe che ne modificarono il gusto, l'architettura e i costumi. Porta Romana era il punto di contatto tra questo mondo chiuso e protetto e la strada che portava verso il resto della Penisola. Una soglia, nel senso più pieno del termine. E le soglie, anche quando vengono abbattute, lasciano tracce nel modo in cui si attraversa uno spazio.

Corso di Porta Romana nel Seicento: la strada dei pellegrini diretti a Roma

C'è una Milano che non si vede più camminando oggi lungo Corso di Porta Romana, eppure è ancora lì, sepolta sotto secoli di asfalto, insegne commerciali e traffico quotidiano. Nel Seicento questa strada era qualcosa di profondamente diverso da quello che appare oggi: era una via sacra, percorsa da pellegrini, mendicanti, mercanti e nobili devoti che lasciavano la città con un unico orizzonte in mente, Roma.

L'asse viario che parte dall'attuale Largo Augusto e scende verso sud-est ha radici antichissime — romane, per l'esattezza — ma è nel XVII secolo che acquista una connotazione spirituale precisa e riconoscibile. Milano era allora una città profondamente cattolica, segnata dall'eredità di Carlo Borromeo e dalla stagione della Controriforma, e il pellegrinaggio verso la tomba degli apostoli Pietro e Paolo rappresentava un atto di fede collettivo, quasi una necessità dell'anima.

Camminare su quella strada significava entrare in un flusso umano che attraversava l'intera penisola. E tutto iniziava, per i milanesi, proprio da qui.

La porta come soglia simbolica

Prima ancora di essere una strada, Porta Romana era una soglia. La porta medievale che dava il nome all'intera zona — demolita nel 1793 per lasciare spazio alla viabilità moderna — segnava il confine tra la città e il mondo esterno, tra il familiare e l'ignoto. Per un pellegrino del Seicento, varcare quella porta equivaleva a un atto di abbandono: si lasciava la casa, la famiglia, la sicurezza quotidiana per intraprendere un viaggio che poteva durare settimane.

La porta stessa era decorata con immagini sacre e iscrizioni latine, come era consuetudine nelle città cattoliche dell'epoca. Chi partiva si fermava spesso a pregare davanti a queste immagini, chiedendo protezione per il lungo cammino. Non si trattava di un gesto puramente formale: il viaggio verso Roma era fisicamente duro, disseminato di rischi reali come briganti, malattie e condizioni atmosferiche avverse.

Le autorità ecclesiastiche e civili milanesi erano ben consapevoli dell'importanza di questo flusso devozionale. La strada era presidiata, curata nei tratti più prossimi alla città, e costellata di strutture pensate per accogliere i viandanti.

Ospizi, chiese e luoghi di sosta

Uno degli aspetti meno noti delle storie ed aneddoti sulla città di Milano riguarda proprio la rete di assistenza che si era sviluppata lungo le principali vie di pellegrinaggio. Corso di Porta Romana non faceva eccezione. Nel Seicento la strada e le sue immediate adiacenze ospitavano diversi luoghi di accoglienza: ospizi gestiti da confraternite religiose, piccole cappelle votive, fontane pubbliche che garantivano acqua ai viaggiatori.

Le confraternite avevano un ruolo centrale in questa organizzazione. Erano associazioni di laici devoti che, accanto alla pratica religiosa personale, svolgevano un'intensa attività caritativa. Alcune si specializzarono proprio nell'assistenza ai pellegrini: offrivano un giaciglio per la notte, un pasto caldo, cure mediche rudimentali per chi arrivava malato o ferito. In cambio, i pellegrini portavano notizie da altre città, reliquie acquistate lungo il cammino, indulgenze ottenute in santuari lontani.

Lungo il percorso erano disseminati anche piccoli oratori e edicole votive, molte delle quali dedicate alla Madonna o a santi protettori dei viaggiatori come San Cristoforo. Alcune di queste immagini sacre erano considerate miracolose, e i pellegrini si fermavano a venerarle prima di affrontare i tratti più difficili del viaggio.

Il Seicento milanese e la cultura del pellegrinaggio

Per capire perché Corso di Porta Romana assumesse nel Seicento questa funzione quasi liturgica, bisogna tenere presente il contesto storico. Milano era sotto dominio spagnolo, e la cultura religiosa ispanica aveva rafforzato ulteriormente una tradizione devozionale già radicata. I pellegrinaggi giubilari — quelli indetti in occasione degli Anni Santi proclamati dalla Chiesa di Roma — richiamavano ogni quarto di secolo un numero straordinario di fedeli da tutta Europa.

Gli Anni Santi del Seicento, in particolare quelli del 1600 e del 1650, videro transitare per Milano migliaia di pellegrini provenienti dall'Europa del Nord che scendevano verso Roma attraverso i valichi alpini. Per molti di loro, Milano era una tappa importante: ci si fermava, ci si riposava, ci si riforniva. E poi si ripartiva, verso sud, lungo questa stessa strada.

I cronisti dell'epoca annotarono la straordinaria eterogeneità di queste folle devote: nobili a cavallo con la propria scorta, mercanti che approfittavano del viaggio per combinare affari, contadini con gli abiti della festa, frati questuanti, e poi mendicanti professionisti che si mescolavano ai pellegrini veri. La strada era uno specchio della società del tempo, con tutte le sue contraddizioni.

Tracce secentesche ancora visibili

Camminando oggi lungo Corso di Porta Romana, non è impossibile intravedere qualcosa di ciò che fu. La trama urbana conserva, in alcuni punti, la memoria della sua funzione storica. Alcune chiese che si affacciano sul corso o nelle strade laterali risalgono proprio al XVII secolo o incorporano elementi di quell'epoca. La Basilica di Sant'Eufemia, poco distante, era già allora un punto di riferimento per i fedeli.

Anche la larghezza della strada racconta qualcosa: gli assi viari destinati al pellegrinaggio venivano spesso mantenuti più ampi della norma, per permettere il transito di grandi folle nelle occasioni solenni. Processioni, cortei religiosi, ingressi trionfali di vescovi e governatori: tutto passava di qui.

Nel corso del Seicento, lungo questa direttrice si concentrarono anche attività commerciali strettamente legate al pellegrinaggio. Botteghe che vendevano immagini sacre, rosari, ex voto e souvenirs devozionali — si chiamavano così già allora, anche se con parole diverse — prosperavano grazie al traffico costante di fedeli. Era un'economia parallela, silenziosa, che si nutriva di fede e di strada.

Una città che si racconta attraverso le sue vie

Le storie ed aneddoti sulla città di Milano che emergono studiando Corso di Porta Romana nel Seicento restituiscono un'immagine di Milano lontana dagli stereotipi abituali. Non solo capitale economica e finanziaria, non solo città della moda o del design: Milano è stata, per secoli, anche un nodo fondamentale delle rotte spirituali europee.

Quella vocazione al transito, all'accoglienza, alla connessione tra mondi diversi è forse la cifra più autentica della storia milanese. E si può ritrovare, con un po' di attenzione e curiosità, proprio camminando lungo un corso che oggi sembra avere tutt'altra storia da raccontare.

La Ca' Granda di Porta Romana: come Francesco Sforza fondò il più grande ospedale medievale d'Europa

Nel cuore di Milano, a pochi passi da Porta Romana, sorge uno dei complessi architettonici più imponenti e meno conosciuti della città. Oggi è la sede della Statale, l'Università degli Studi di Milano, con i suoi cortili rinascimentali affollati di studenti. Ma per quasi cinque secoli quello stesso edificio fu qualcosa di molto diverso: il più grande e innovativo ospedale d'Europa, voluto da un duca ambizioso e realizzato grazie a uno dei maggiori architetti del Quattrocento.

La storia della Ca' Granda — questo il nome con cui i milanesi hanno sempre chiamato l'Ospedale Maggiore — è una di quelle storie ed aneddoti sulla città di Milano che attraversano i secoli senza perdere il loro potere di stupire. È la storia di una visione politica che si trasformò in rivoluzione sanitaria, di una città che decise di prendersi cura dei propri malati in modo sistematico e organizzato, quando ancora nel resto d'Europa i poveri morivano per strada o venivano accolti in strutture fatiscenti e improvvisate.

Francesco Sforza e il progetto di un ospedale unico

Quando Francesco Sforza prese il potere a Milano nel 1450, ereditò una città ricca ma caotica. La sanità pubblica era frammentata in decine di piccoli ospizi e spedaletti, spesso gestiti da congregazioni religiose, ciascuno dedicato a una specifica categoria di malati o di bisognosi. I lebbrosi stavan da una parte, i pellegrini dall'altra, gli esposti — i bambini abbandonati — altrove ancora. Non c'era coordinamento, non c'era continuità di cura, e le condizioni igieniche erano spesso deplorevoli.

Sforza aveva ambizioni precise: voleva fare di Milano una capitale degna di questo nome, capace di competere con Venezia e Firenze non solo sul piano militare ed economico, ma anche su quello civile e culturale. Un grande ospedale unificato era, in questo disegno, sia un atto di governo concreto sia un potente strumento di propaganda. Nel 1456, il duca pose ufficialmente la prima pietra della Ca' Granda, con una cerimonia solenne e alla presenza delle più alte cariche ecclesiastiche e civili della città.

Per il progetto chiamò Antonio Averlino, detto il Filarete, architetto fiorentino già al servizio dei Medici. Il Filarete elaborò una pianta straordinariamente moderna per l'epoca: due grandi corsie separate per uomini e donne, disposte a croce in modo che dal punto centrale — dove si celebrava la messa — i malati potessero partecipare alle funzioni religiose senza alzarsi dal letto. Al centro del complesso era previsto un cortile con una fontana, per garantire l'accesso all'acqua corrente. Ogni corsia aveva finestre ampie, studiate per favorire la circolazione dell'aria. In un'epoca in cui la ventilazione degli ambienti era già considerata un fattore cruciale per la salute, si trattava di una scelta tutt'altro che scontata.

Un cantiere lungo due secoli

La Ca' Granda non fu un'opera che si completò in pochi anni. Al contrario, il cantiere rimase aperto per oltre due secoli, attraversando la dominazione sforzesca, quella francese e quella spagnola. Ogni epoca vi lasciò la propria impronta, e l'edificio che oggi si vede è il risultato di stratificazioni successive, visibili a chi sa dove guardare.

Il corpo centrale, terminato nel corso del Quattrocento, mostra ancora l'impronta del Filarete con i suoi portici in cotto e i medaglioni decorativi. Le ali laterali, completate tra Cinque e Seicento, tradiscono invece l'influenza manierista e poi barocca. Il grande porticato meridionale, affacciato su via Francesco Sforza, fu ultimato soltanto nel Seicento inoltrato. Nel 1939, durante i lavori di trasformazione in sede universitaria, una parte dell'edificio subì danni significativi a causa dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, ma il complesso fu pazientemente restaurato nel dopoguerra.

Ciò che colpisce, guardando la storia del cantiere, è la continuità dell'impegno pubblico. Generazioni di amministratori milanesi, di diversa estrazione e appartenenza politica, continuarono a investire nell'Ospedale Maggiore come se si trattasse di un'istituzione intoccabile, al di sopra delle vicende politiche del momento.

Come funzionava l'ospedale

La Ca' Granda non era solo grande: era organizzata secondo criteri che anticipavano logiche sanitarie molto più recenti. I malati venivano accolti, registrati e smistati secondo la natura della loro condizione. C'erano medici stipendiati stabilmente dall'ospedale — cosa tutt'altro che comune nel Quattrocento — e personale infermieristico formato appositamente. L'istituto gestiva anche una spezieria interna, cioè una farmacia, che preparava i medicamenti per i degenti.

Particolare attenzione era dedicata agli esposti, i bambini abbandonati alla nascita. La Ca' Granda disponeva di una ruota degli esposti, una struttura girevole inserita nel muro esterno in cui chiunque poteva depositare un neonato in forma anonima, garantendogli accoglienza e cure. L'ospedale manteneva le balie necessarie all'allattamento e seguiva i bambini fino a un'età in cui potevano essere affidati a famiglie o avviati a un mestiere.

Il finanziamento avveniva attraverso lasciti testamentari, donazioni di privati e nobili, rendite da proprietà fondiarie accumulate nel tempo. Nel corso dei secoli, l'Ospedale Maggiore divenne uno dei più importanti proprietari terrieri della Lombardia, con una gestione patrimoniale che consentiva di mantenere i servizi anche in periodi di crisi economica.

Il patrimonio artistico nascosto

Tra le storie ed aneddoti sulla città di Milano legate alla Ca' Granda, una delle meno note riguarda il suo straordinario patrimonio artistico. Nei secoli, benefattori e famiglie nobili commissionarono ritratti e opere pittoriche destinate a decorare le sale dell'ospedale, spesso in segno di gratitudine o per perpetuare la memoria dei donatori. Questi dipinti, oggi conservati in parte nella Pinacoteca di Brera e in parte nei depositi dell'università, costituiscono una galleria unica di ritratti milanesi tra Cinque e Settecento.

Nella chiesa dell'Annunciata, incorporata nel complesso, si trovano affreschi e decorazioni che pochi visitatori hanno l'occasione di vedere, essendo l'accesso limitato alle funzioni universitarie. Il cortile principale, con i suoi archi in cotto e la geometria rigorosa dei portici, è invece liberamente visitabile e rappresenta uno dei luoghi più suggestivi del centro storico milanese, spesso ignorato dai circuiti turistici più battuti.

Da ospedale a università

L'Ospedale Maggiore rimase attivo fino al 1939, quando le attività sanitarie furono trasferite nella nuova sede del Policlinico, costruita appositamente nella zona di Città Studi. Dopo un periodo di incertezza sul destino del grande edificio, la scelta cadde sulla sua trasformazione in sede universitaria: un passaggio che molti hanno letto come una continuità simbolica, dal sapere medico al sapere tout court.

Oggi chi attraversa i cortili della Statale cammina su pavimenti che hanno visto secoli di storia milanese. Sotto alcuni porticati sono ancora visibili le vecchie iscrizioni e i simboli dell'ospedale. La Ca' Granda non è soltanto un pezzo di storia dell'architettura o della medicina: è una delle prove più concrete di come Milano abbia saputo, in certi momenti, pensare in grande e costruire istituzioni destinate a durare.