La Ca' Granda di Porta Romana: come Francesco Sforza fondò il più grande ospedale medievale d'Europa
Nel cuore di Milano, a pochi passi da Porta Romana, sorge uno dei complessi architettonici più imponenti e meno conosciuti della città. Oggi è la sede della Statale, l'Università degli Studi di Milano, con i suoi cortili rinascimentali affollati di studenti. Ma per quasi cinque secoli quello stesso edificio fu qualcosa di molto diverso: il più grande e innovativo ospedale d'Europa, voluto da un duca ambizioso e realizzato grazie a uno dei maggiori architetti del Quattrocento.
La storia della Ca' Granda — questo il nome con cui i milanesi hanno sempre chiamato l'Ospedale Maggiore — è una di quelle storie ed aneddoti sulla città di Milano che attraversano i secoli senza perdere il loro potere di stupire. È la storia di una visione politica che si trasformò in rivoluzione sanitaria, di una città che decise di prendersi cura dei propri malati in modo sistematico e organizzato, quando ancora nel resto d'Europa i poveri morivano per strada o venivano accolti in strutture fatiscenti e improvvisate.
Francesco Sforza e il progetto di un ospedale unico
Quando Francesco Sforza prese il potere a Milano nel 1450, ereditò una città ricca ma caotica. La sanità pubblica era frammentata in decine di piccoli ospizi e spedaletti, spesso gestiti da congregazioni religiose, ciascuno dedicato a una specifica categoria di malati o di bisognosi. I lebbrosi stavan da una parte, i pellegrini dall'altra, gli esposti — i bambini abbandonati — altrove ancora. Non c'era coordinamento, non c'era continuità di cura, e le condizioni igieniche erano spesso deplorevoli.
Sforza aveva ambizioni precise: voleva fare di Milano una capitale degna di questo nome, capace di competere con Venezia e Firenze non solo sul piano militare ed economico, ma anche su quello civile e culturale. Un grande ospedale unificato era, in questo disegno, sia un atto di governo concreto sia un potente strumento di propaganda. Nel 1456, il duca pose ufficialmente la prima pietra della Ca' Granda, con una cerimonia solenne e alla presenza delle più alte cariche ecclesiastiche e civili della città.
Per il progetto chiamò Antonio Averlino, detto il Filarete, architetto fiorentino già al servizio dei Medici. Il Filarete elaborò una pianta straordinariamente moderna per l'epoca: due grandi corsie separate per uomini e donne, disposte a croce in modo che dal punto centrale — dove si celebrava la messa — i malati potessero partecipare alle funzioni religiose senza alzarsi dal letto. Al centro del complesso era previsto un cortile con una fontana, per garantire l'accesso all'acqua corrente. Ogni corsia aveva finestre ampie, studiate per favorire la circolazione dell'aria. In un'epoca in cui la ventilazione degli ambienti era già considerata un fattore cruciale per la salute, si trattava di una scelta tutt'altro che scontata.
Un cantiere lungo due secoli
La Ca' Granda non fu un'opera che si completò in pochi anni. Al contrario, il cantiere rimase aperto per oltre due secoli, attraversando la dominazione sforzesca, quella francese e quella spagnola. Ogni epoca vi lasciò la propria impronta, e l'edificio che oggi si vede è il risultato di stratificazioni successive, visibili a chi sa dove guardare.
Il corpo centrale, terminato nel corso del Quattrocento, mostra ancora l'impronta del Filarete con i suoi portici in cotto e i medaglioni decorativi. Le ali laterali, completate tra Cinque e Seicento, tradiscono invece l'influenza manierista e poi barocca. Il grande porticato meridionale, affacciato su via Francesco Sforza, fu ultimato soltanto nel Seicento inoltrato. Nel 1939, durante i lavori di trasformazione in sede universitaria, una parte dell'edificio subì danni significativi a causa dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, ma il complesso fu pazientemente restaurato nel dopoguerra.
Ciò che colpisce, guardando la storia del cantiere, è la continuità dell'impegno pubblico. Generazioni di amministratori milanesi, di diversa estrazione e appartenenza politica, continuarono a investire nell'Ospedale Maggiore come se si trattasse di un'istituzione intoccabile, al di sopra delle vicende politiche del momento.
Come funzionava l'ospedale
La Ca' Granda non era solo grande: era organizzata secondo criteri che anticipavano logiche sanitarie molto più recenti. I malati venivano accolti, registrati e smistati secondo la natura della loro condizione. C'erano medici stipendiati stabilmente dall'ospedale — cosa tutt'altro che comune nel Quattrocento — e personale infermieristico formato appositamente. L'istituto gestiva anche una spezieria interna, cioè una farmacia, che preparava i medicamenti per i degenti.
Particolare attenzione era dedicata agli esposti, i bambini abbandonati alla nascita. La Ca' Granda disponeva di una ruota degli esposti, una struttura girevole inserita nel muro esterno in cui chiunque poteva depositare un neonato in forma anonima, garantendogli accoglienza e cure. L'ospedale manteneva le balie necessarie all'allattamento e seguiva i bambini fino a un'età in cui potevano essere affidati a famiglie o avviati a un mestiere.
Il finanziamento avveniva attraverso lasciti testamentari, donazioni di privati e nobili, rendite da proprietà fondiarie accumulate nel tempo. Nel corso dei secoli, l'Ospedale Maggiore divenne uno dei più importanti proprietari terrieri della Lombardia, con una gestione patrimoniale che consentiva di mantenere i servizi anche in periodi di crisi economica.
Il patrimonio artistico nascosto
Tra le storie ed aneddoti sulla città di Milano legate alla Ca' Granda, una delle meno note riguarda il suo straordinario patrimonio artistico. Nei secoli, benefattori e famiglie nobili commissionarono ritratti e opere pittoriche destinate a decorare le sale dell'ospedale, spesso in segno di gratitudine o per perpetuare la memoria dei donatori. Questi dipinti, oggi conservati in parte nella Pinacoteca di Brera e in parte nei depositi dell'università, costituiscono una galleria unica di ritratti milanesi tra Cinque e Settecento.
Nella chiesa dell'Annunciata, incorporata nel complesso, si trovano affreschi e decorazioni che pochi visitatori hanno l'occasione di vedere, essendo l'accesso limitato alle funzioni universitarie. Il cortile principale, con i suoi archi in cotto e la geometria rigorosa dei portici, è invece liberamente visitabile e rappresenta uno dei luoghi più suggestivi del centro storico milanese, spesso ignorato dai circuiti turistici più battuti.
Da ospedale a università
L'Ospedale Maggiore rimase attivo fino al 1939, quando le attività sanitarie furono trasferite nella nuova sede del Policlinico, costruita appositamente nella zona di Città Studi. Dopo un periodo di incertezza sul destino del grande edificio, la scelta cadde sulla sua trasformazione in sede universitaria: un passaggio che molti hanno letto come una continuità simbolica, dal sapere medico al sapere tout court.
Oggi chi attraversa i cortili della Statale cammina su pavimenti che hanno visto secoli di storia milanese. Sotto alcuni porticati sono ancora visibili le vecchie iscrizioni e i simboli dell'ospedale. La Ca' Granda non è soltanto un pezzo di storia dell'architettura o della medicina: è una delle prove più concrete di come Milano abbia saputo, in certi momenti, pensare in grande e costruire istituzioni destinate a durare.