Gaetano Previati e il simbolismo milanese: il pittore visionario che anticipò l'arte del Novecento
Nelle storie ed aneddoti sulla città di Milano che riguardano l'arte, il nome di Gaetano Previati compare spesso in modo obliquo, quasi sotterraneo, come se la sua importanza fosse inversamente proporzionale alla sua notorietà pubblica. Eppure questo pittore ferrarese d'adozione milanese fu uno degli artisti più radicali e anticipatori che abbiano mai lavorato all'ombra del Duomo, capace di trasformare la tela in un campo di forze luminose e spirituali in un'epoca in cui il verismo dominava ancora il gusto ufficiale.
Previati arrivò a Milano da Ferrara nella seconda metà dell'Ottocento, e la città lo accolse con quella miscela di stimoli intellettuali, fermenti culturali e resistenze accademiche che ha sempre caratterizzato il suo rapporto con l'innovazione. Qui frequentò l'Accademia di Brera, qui strinse i legami che avrebbero definito la sua carriera, e qui elaborò un linguaggio pittorico che non aveva precedenti nell'ambiente italiano. Milano era allora una città in piena trasformazione industriale, e quella tensione tra modernità materiale e ricerca spirituale si riflette con sorprendente coerenza nell'intera opera di Previati.
Un pittore fuori tempo: il simbolismo in una città in corsa
Negli ultimi decenni dell'Ottocento, mentre la borghesia milanese richiedeva ritratti celebrativi e vedute rassicuranti, Previati lavorava su tutt'altro. Le sue prime opere importanti mostrano già un'inquietudine compositiva insolita, un interesse per la luce non come elemento descrittivo ma come sostanza emotiva. La svolta arrivò con il contatto con le correnti simboliste europee, soprattutto francesi e belghe, e con la scoperta delle teorie sul colore che stavano rivoluzionando la pittura d'oltralpe.
Il quadro che lo rese celebre e al tempo stesso controverso fu Maternità, presentato alla Prima Triennale di Milano nel 1891. La tela mostra una Madonna che allatta il Bambino circondata da angeli, ma la trattazione è tutt'altro che convenzionale: le figure sembrano dissolversi in filamenti di luce, i contorni si sfrangiano, la materia pittorica diventa quasi immateriale. La critica si spaccò. Parte dell'ambiente artistico milanese gridò allo scandalo, accusando Previati di incompetenza tecnica. Altri, tra cui il critico Vittore Grubicy de Dragon, riconobbero immediatamente la portata della ricerca.
Grubicy fu figura decisiva in questa storia. Mercante d'arte, critico e pittore egli stesso, fu il principale sostenitore del divisionismo italiano e il tramite tra le avanguardie europee e la scena milanese. Fu lui a incoraggiare Previati a sistematizzare la propria tecnica, e fu anche grazie a questo sodalizio che il pittore elaborò il metodo che avrebbe poi teorizzato in due trattati: La tecnica della pittura e Della pittura: il colore.
Il divisionismo come strumento dell'invisibile
Previati fu divisionista, ma in modo del tutto personale. A differenza di Giovanni Segantini, che usava la tecnica dei filamenti di colore per rendere la luce alpina con precisione quasi scientifica, o di Giuseppe Pellizza da Volpedo, che la metteva al servizio di un messaggio sociale, Previati la piegò verso l'onirico e il visionario. Le sue pennellate si allungano in fibre quasi organiche, creano superfici vibranti che sembrano animate da una forza interiore.
Le sue tele più ambiziose — Il carro del sole, Paolo e Francesca, La danza delle ore, Il sogno — appartengono a un immaginario simbolista pienamente europeo, ma con un'intensità espressiva che va oltre il decorativismo di molta pittura simbolista coeva. C'è in Previati una tensione genuina tra forma e dissoluzione, tra figura e luce, che anticipa soluzioni che l'Espressionismo tedesco e il primo Astrattismo avrebbero sviluppato nei decenni successivi.
Non è un caso che i futuristi milanesi lo considerassero un maestro. Umberto Boccioni, Carlo Carrà e i loro compagni videro nelle opere di Previati qualcosa che andava oltre la pittura impressionista e divisionista ortodossa: la rappresentazione del movimento, dell'energia, della luce come materia in perpetuo divenire. Nel Manifesto dei pittori futuristi del 1910 lo citarono esplicitamente come uno dei pochi italiani capaci di aver indicato una direzione nuova. Era un riconoscimento straordinario, anche se Previati era già anziano e la sua stagione più creativa era alle spalle.
Milano, la Scapigliatura e il contesto di una città che cambiava
Per capire Previati bisogna tenere presente il contesto in cui maturò. La Milano di fine Ottocento non era solo la capitale economica d'Italia in ascesa: era anche una città dove la Scapigliatura aveva lasciato un segno profondo nella cultura artistica e letteraria. Quel movimento — bohémien, antiaccademico, aperto alle influenze nordeuropee — aveva creato un clima di sperimentazione che rese possibile la ricezione di idee nuove. Previati non fu scapigliato in senso stretto, ma respirò quell'aria, frequentò quegli ambienti, e ne assorbì l'insofferenza per le convenzioni.
Le storie ed aneddoti sulla città di Milano legate all'arte di questo periodo raccontano di caffè in cui pittori, letterati e musicisti si riunivano per discutere di Wagner e di Baudelaire, di gallerie che rischiavano opere impopolari, di polemiche sulle pagine dei giornali cittadini che oggi farebbero sorridere per la loro veemenza. In quel fermento, Previati era una figura rispettata ma difficile da collocare: troppo spirituale per i positivisti, troppo tecnico per i puramente istintivi, troppo italiano per i cosmopoliti, troppo europeo per i tradizionalisti.
L'eredità dimenticata e il lento ritorno
Dopo la morte, avvenuta a Lavagna nel 1920, Previati scivolò rapidamente in una zona d'ombra della storia dell'arte italiana. Il Futurismo, che pure lo aveva omaggiato, aveva già bruciato le sue energie principali. Il Novecento pittorico, promosso da Margherita Sarfatti, puntava su valori esattamente opposti: solidità, classicismo, peso. La pittura luminosa e quasi incorporea di Previati non aveva posto in quel clima.
La riscoperta è stata lenta e non ancora del tutto compiuta. Alcune mostre monografiche, studi accademici e la rivalutazione più generale del Simbolismo europeo hanno restituito a Previati la giusta collocazione. Le sue opere si trovano oggi in musei importanti — la Galleria d'Arte Moderna di Milano, la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, musei di Ferrara e di altre città — ma la sua notorietà presso il grande pubblico resta inferiore a quella che merita.
Rimane, nella vicenda di questo pittore, qualcosa di emblematicamente milanese: la capacità di produrre idee che anticipano il futuro senza essere pienamente riconosciuti nel presente, lavorando in una città che guarda avanti ma che spesso dimentica in fretta chi ha contribuito a indicarle la strada.