Giuseppe Grandi e il Monumento alle Cinque Giornate: la storia travagliata dello scultore che commemorò l'insurrezione milanese
C'è una piazza a Milano dove il tempo sembra essersi fermato su tre giorni di marzo del 1848. Piazza Cinque Giornate, all'estremità del corso che porta lo stesso nome, ospita uno dei monumenti più intensi e meno celebrati della scultura italiana dell'Ottocento. Chi lo attraversa di fretta, magari scendendo dalla metropolitana, raramente si ferma a leggere la firma di chi lo ha concepito: Giuseppe Grandi, scultore varesino che a quell'opera sacrificò letteralmente la vita.
Le storie ed aneddoti sulla città di Milano si intrecciano spesso con figure che la città ha amato dopo averle trascurate. Grandi appartiene a pieno titolo a questa categoria: un artista che lavorò per quasi vent'anni a un monumento destinato a diventare un'icona, senza riuscire a vederlo completato e inaugurato. La sua vicenda è quella di un uomo che si consumò nell'ossessione di dare forma degna a uno degli episodi più gloriosi del Risorgimento italiano.
Un incarico che diventa una missione
Nato a Cremenaga, nel Varesotto, nel 1843, Giuseppe Grandi si formò tra l'Accademia di Brera e i soggiorni a Firenze, assorbendo quella tensione tra tradizione accademica e fermento scapigliato che caratterizzava il clima culturale milanese degli anni Sessanta e Settanta dell'Ottocento. Era parte di quella costellazione di artisti irregolari — pittori, scultori, poeti — che si raccoglievano intorno alla Scapigliatura, il movimento che a Milano sfidò le convenzioni borghesi con una vitalità caotica e spesso autodistruttiva.
Nel 1882, trent'anni dopo le Cinque Giornate, il Comune di Milano bandì un concorso per commemorare l'insurrezione del marzo 1848, quando i milanesi avevano cacciato in cinque giorni le truppe austriache del maresciallo Radetzky. Grandi presentò il suo progetto e lo vinse. Sembrava l'inizio di una consacrazione. Si rivelò invece l'inizio di un calvario.
Il monumento che Grandi aveva immaginato era qualcosa di radicalmente diverso dai celebrativi gruppi bronzei che affollavano le piazze italiane dell'epoca. Non un condottiero a cavallo, non un generale nell'atto della vittoria, ma una piramide tronca sormontata dalla Vittoria alata, con cinque figure femminili ai lati — le allegorie delle Giornate — e bassorilievi narrativi che raccontavano la battaglia. Una struttura complessa, stratificata, che richiedeva una padronanza tecnica e compositiva straordinaria. E tempi di lavorazione che nessun committente avrebbe voluto sentirsi citare.
Anni di lavoro, debiti e incomprensioni
Grandi si installò in uno studio a Milano e cominciò a lavorare con un'intensità che i contemporanei descrissero come febbrile. Il problema era che la complessità del progetto cresceva man mano che lo scultore ne approfondiva l'elaborazione. I bozzetti si moltiplicavano, le figure venivano rifatte, i dettagli dei bassorilievi richiedevano studi separati. Il tutto in un'epoca in cui la fusione in bronzo di grandi opere richiedeva collaborazioni artigianali complesse e risorse economiche considerevoli.
Il Comune stanziò i fondi, ma i rapporti tra l'artista e la committenza divennero progressivamente tesi. I ritardi si accumulavano. Le proroghe si susseguivano. Grandi, che aveva un carattere schivo e poco incline alle mediazioni politiche, non era il tipo adatto a gestire le relazioni pubbliche che un incarico del genere richiedeva. Preferiva tornare allo studio, rifare un braccio, rimodellare un panneggio, trovare nella materia la risposta alle domande che il progetto continuava a porgli.
Economicamente la situazione era difficile. Lo scultore aveva subordinato tutto all'opera, trascurando le commissioni minori che avrebbero potuto garantirgli una stabilità. Gli anni passavano e il monumento, pur prendendo forma, non arrivava mai a un punto che Grandi considerasse definitivo. Era la perfezione a perseguitarlo, quella tendenza a non considerare mai concluso un lavoro che accomuna molti artisti scapigliati della sua generazione.
La morte prima dell'inaugurazione
Nel 1894, con l'opera in stato avanzato ma non ancora ultimata, Giuseppe Grandi morì. Aveva cinquantuno anni. Le cause ufficiali rimandano a un fisico logorato da anni di lavoro in condizioni difficili, tra gli sbalzi di temperatura degli studi di fusione e la tensione nervosa di chi porta avanti un progetto che sente sfuggirgli dalle mani.
L'inaugurazione avvenne il 18 marzo 1895, nel quarantasettesimo anniversario delle Cinque Giornate. Grandi non c'era. L'opera che aveva dominato gli ultimi dodici anni della sua vita veniva finalmente mostrata alla città senza di lui. La folla accorse numerosa, la cerimonia fu solenne, la stampa riconobbe la qualità eccezionale del monumento. Una delle note più acute la scrisse lo stesso Filippo Turati, che rilevò come quella scultura avesse superato la retorica celebrativa per toccare qualcosa di più vero e più doloroso.
Ciò che colpisce ancora oggi, guardando il monumento in piazza Cinque Giornate, è proprio questa qualità: le figure femminili di Grandi non trionfano, portano il peso. Le allegorie delle Giornate hanno nei volti e nelle posture qualcosa di grave, quasi di luttuoso, che stona deliberatamente con il genere celebrativo a cui dovrebbero appartenere. È la firma inconsapevole di un uomo che sapeva cosa significasse sacrificare tutto a una causa.
Un'eredità riconosciuta in ritardo
La fortuna critica di Grandi seguì il percorso tipico di molti artisti della Scapigliatura: incomprensione in vita, rivalutazione postuma, poi una seconda dimenticanza nel corso del Novecento, infine una riscoperta lenta e ancora incompleta. I manuali di storia dell'arte gli riservano spazi generalmente ridotti rispetto al suo effettivo contributo, e il suo nome circola più facilmente tra gli specialisti dell'Ottocento italiano che nel grande pubblico.
Eppure il Monumento alle Cinque Giornate è lì, in una delle piazze più frequentate di Milano, a ricordare non solo l'insurrezione del 1848 ma anche la storia di chi quella memoria ha voluto custodire con un'intransigenza che gli costò tutto. Milano ha il vizio di consumare i suoi figli adottivi — e Grandi, pur varesino di nascita, era milanese per formazione, per frequentazioni, per ambizioni — senza rendersi sempre conto di quanto li stia logorando.
Oggi, quando il dibattito sul patrimonio scultoreo ottocentesco cittadino torna periodicamente di attualità, il monumento di Grandi viene citato tra i capolavori da tutelare e valorizzare. Forse è il momento di ricordare anche l'uomo che lo ha creato, con la stessa ostinazione con cui lui cercò di fissare nel bronzo l'anima di cinque giorni che cambiarono la storia di una città.