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Ca' Granda di via Festa del Perdono: cinque secoli di storia nel cortile più grande di Milano

Ca' Granda di via Festa del Perdono: cinque secoli di storia nel cortile più grande di Milano

C'è un luogo nel centro di Milano che riesce ancora a sorprendere, anche chi pensa di conoscere bene la città. Basta varcare il portone principale di via Festa del Perdono e ci si trova catapultati in uno spazio che nulla ha a che fare con il ritmo frenetico del corso di porta Romana o con il brulichio degli studenti di Porta Venezia. Il cortile della Ca' Granda è il più grande del centro storico milanese: un rettangolo di proporzioni quasi smisurate, silenzioso, circondato da portici a tutto sesto che si specchiano nel selciato. Non è un museo, non è un monumento chiuso al pubblico. È la sede dell'Università degli Studi di Milano, e ogni giorno migliaia di persone ci passeggiano senza necessariamente rendersi conto di che cosa stiano attraversando.

La storia dell'edificio comincia nel 1456, quando Francesco Sforza decise di dotare Milano di un ospedale all'altezza del prestigio della città. Il progetto fu affidato a Filarete, al secolo Antonio di Pietro Averlino, architetto fiorentino che aveva già lavorato per i papi a Roma. L'idea era ambiziosa: un ospedale a croce, diviso per separare gli uomini dalle donne e i malati dalle malate, con corridoi arieggiati, fontane nei cortili interni e una cappella al centro. Un modello che fu imitato in tutta Europa nei secoli successivi, a partire dall'Ospedale Maggiore di Firenze fino ai grandi ospedali spagnoli del Cinquecento.

Il nome Ca' Granda è semplicemente il soprannome con cui i milanesi battezzarono da subito l'edificio: la casa grande, quella più grande di tutte. Una denominazione popolare che ha resistito a cinque secoli di storia, sopravvivendo ai cambi di destinazione d'uso, ai bombardamenti della seconda guerra mondiale e alle successive ricostruzioni.

Il cantiere più lungo della città

Ciò che distingue la Ca' Granda da molti altri edifici monumentali di Milano è la sua storia costruttiva stratificata, che si estende per oltre quattro secoli. Filarete disegnò il progetto originario, ma i lavori procedettero a rilento già dalla seconda metà del Quattrocento. Dopo di lui si susseguirono altri architetti, ciascuno con la propria sensibilità e il proprio linguaggio: Guiniforte Solari, Giovanni Antonio Amadeo, e poi nel Seicento Francesco Maria Richini, che è l'autore della facciata principale su via Festa del Perdono, quella che ancora oggi si vede.

Richini intervenne in maniera determinante nella prima metà del Seicento, realizzando il prospetto barocco che caratterizza l'ingresso principale. La facciata è un esercizio di equilibrio tra decorazione e struttura: lesene, cornici, finestre con timpani alternati, e al centro il grande portale che introduce al primo cortile. È un'architettura che parla un linguaggio più ornamentale rispetto alla sobrietà rinascimentale del corpo originario, ma che ha finito per diventare il volto pubblico dell'intero complesso.

I lavori non si conclusero mai del tutto prima che l'ospedale cessasse la propria funzione. Ancora nell'Ottocento alcune ali erano incomplete o parzialmente realizzate. La costruzione rispecchia quindi le trasformazioni del gusto e delle necessità attraverso un arco temporale eccezionale, rendendola un documento architettonico di rara complessità.

L'ospedale, la guerra, l'università

Per quasi cinquecento anni la Ca' Granda fu il principale ospedale di Milano. Tra le sue sale e i suoi corridoi passarono generazioni di medici, chirurghi e studenti di medicina. Qui operò Luigi Porta, uno dei più importanti chirurghi italiani dell'Ottocento. Qui si conservò per secoli una delle collezioni anatomiche più significative d'Italia. L'Ospedale Maggiore rimase in via Festa del Perdono fino al 1939, quando si trasferì nella nuova struttura di Niguarda, lasciando il vecchio edificio svuotato della sua funzione originaria.

L'anno successivo, i bombardamenti della seconda guerra mondiale colpirono duramente il complesso. Alcune ali furono distrutte o gravemente danneggiate, in particolare quelle più antiche, quelle progettate da Filarete. La ricostruzione, avviata nel dopoguerra sotto la direzione di Piero Portaluppi, non fu un semplice restauro filologico ma un'operazione di ricostruzione integrale di parti andate perdute, condotta con materiali e tecniche del tempo ma cercando di rispettare i caratteri dell'originale.

Nel 1952 l'Università degli Studi di Milano prese possesso dell'edificio, portando nuova vita in un complesso che rischiava di rimanere un guscio vuoto. Da allora la Ca' Granda è la sede centrale dell'ateneo, con le aule nei vecchi reparti, gli uffici amministrativi nei corridoi dove un tempo passavano i degenti, e le biblioteche negli spazi un tempo destinati alle sale di cura.

Architetture e luoghi milanesi: perché la Ca' Granda è un caso a parte

Nel panorama delle architetture e luoghi milanesi, la Ca' Granda occupa una posizione del tutto peculiare. Non è un palazzo nobiliare, non è una chiesa, non è una villa. È un edificio concepito per una funzione pubblica e collettiva, e questa origine si legge ancora chiaramente nella sua organizzazione spaziale. I portici che circondano i cortili non erano semplici elementi decorativi: servivano a fare circolare l'aria, a riparare dalla pioggia chi si spostava da un reparto all'altro, a creare una continuità tra spazi interni ed esterni che era funzionale prima che estetica.

Il sistema dei cortili è l'elemento più caratteristico dell'intero complesso. Il cortile principale, quello che si apre subito dopo il portale di Richini, è il più ampio, ma non è l'unico. Procedendo verso l'interno si incontrano altri spazi aperti di dimensioni minori, ciascuno con una propria caratteristica. Questa sequenza di corti comunicanti dà all'edificio una profondità e una varietà che non si percepisce dall'esterno: chi entra aspettandosi un palazzo tradizionale si trova invece in un labirinto di arcate e passaggi che può richiedere ore per essere esplorato con attenzione.

La decorazione in cotto della facciata più antica, quella verso il cortile interno, è uno degli esempi meglio conservati del Rinascimento lombardo. Medaglioni, busti, fregi vegetali e capitelli lavorati con straordinaria perizia raccontano il gusto di una stagione artistica in cui Milano era una delle capitali culturali d'Europa.

Un luogo aperto, non un monumento da vetrina

Ciò che rende la Ca' Granda diversa da molti altri edifici storici è la sua accessibilità quotidiana. Non c'è un biglietto da pagare per entrare nel cortile principale, non ci sono orari di visita o prenotazioni obbligatorie. Studenti, turisti e curiosi si mescolano liberamente in uno spazio che mantiene la propria dimensione viva proprio perché è ancora in uso. I bar universitari, le bacheche con gli annunci degli studenti, le biciclette parcheggiate sotto i portici: tutto questo contribuisce a fare della Ca' Granda un luogo abitato, non imbalsamato.

La convivenza tra la funzione universitaria e il valore storico-monumentale dell'edificio non è priva di tensioni: la manutenzione di un complesso così vasto è un impegno costante, e le esigenze didattiche di un ateneo moderno non sempre si conciliano facilmente con la tutela di strutture centenarie. Eppure questa tensione è anche la ragione per cui la Ca' Granda continua a essere un luogo reale, capace di raccontare la città senza rinchiudersi nella logica del reperto conservato sotto campana.