Carlo Porta e la poesia in dialetto milanese: il notaio che immortalò il popolo della città
Ci sono figure che attraversano la storia di una città lasciando un'impronta così profonda da renderla riconoscibile ancora secoli dopo. Carlo Porta è una di queste. Poeta, impiegato statale, uomo di mondo e osservatore spietato della società milanese del suo tempo, Porta riuscì a fare qualcosa che pochi scrittori riescono a compiere: restituire la voce autentica di un popolo, con i suoi vizi, le sue speranze, la sua capacità di sopravvivere attraverso l'ironia.
Nato a Milano nel 1775 e morto nella stessa città nel 1821, Porta visse in un'epoca di rivolgimenti straordinari. Attraversò la Milano napoleonica, vide il tramonto dell'Ancien Régime e l'arrivo della Restaurazione austriaca. Di tutto questo lasciò testimonianza non nei trattati o nei pamphlet politici, ma nei versi in dialetto milanese, una lingua che nelle sue mani diventò strumento letterario di prima grandezza.
Eppure il suo nome, fuori dalla cerchia degli appassionati di letteratura dialettale, è oggi quasi dimenticato. Le storie e aneddoti sulla città di Milano che Porta ha saputo cristallizzare nei suoi componimenti meritano invece di essere conosciuti ben oltre i confini accademici.
Una vita tra uffici e versi
La biografia di Porta non ha nulla di romantico nel senso convenzionale del termine. Non fu un poeta bohémien, non visse da ribelle né morì in miseria. Per buona parte della sua vita lavorò come impiegato nell'amministrazione pubblica — dapprima sotto il governo napoleonico, poi sotto quello austriaco — occupandosi di questioni catastali e fiscali. Un lavoro certamente lontano dalle stelle della poesia, ma che gli garantì una conoscenza capillare della società milanese: i piccoli proprietari, i bottegai, i funzionari corrotti, i nobili decaduti, i preti di quartiere.
Fu questa doppia vita — il funzionario preciso e il poeta satirico — a renderlo uno sguardo privilegiato sulla città. Porta non osservava Milano dall'alto, come poteva fare un aristocratico o un letterato di professione. La osservava dal basso e dall'interno, condividendo con i suoi personaggi gli stessi marciapiedi e gli stessi caffè.
Il dialetto milanese che usava non era una scelta di ripiego. Era una dichiarazione d'intenti. In un'epoca in cui il toscano letterario era la lingua della cultura ufficiale, scrivere in milanese significava affermare che anche la vita del popolino, con le sue contraddizioni e la sua volgarità, aveva dignità letteraria.
I personaggi che hanno fatto la storia della Milano popolare
La galleria di figure che Porta ha immortalato nei suoi sonetti e nelle sue poemetti è straordinariamente viva. Ninetta del Verzee, la giovane venduta e umiliata da una società ipocrita; Giovannin Bongee, il popolano ingenuo che si aggira per una città che cambia troppo in fretta; Marchionn di gamb avert, il servo furbo e cinico che sopravvive usando le stesse armi dei padroni. Sono maschere, ma maschere riconoscibilissime perché costruite su osservazioni reali.
Porta aveva una capacità rara: quella di usare il comico per dire cose serissime. I suoi attacchi alla nobiltà parassitaria, al clero bigotto e affarista, alla borghesia arrivista non si presentano mai come filippiche morali. Si presentano come racconti, come scene di strada, come conversazioni ascoltate per caso. La satira entra quasi di nascosto, e quando il lettore ride si accorge di aver anche capito qualcosa.
Un esempio emblematico è La Ninetta del Verzee, un componimento che racconta la storia di una ragazza povera che finisce sfruttata da uomini di rango superiore, con quella combinazione di pietà e ironia che è la cifra stilistica di Porta. Niente sentimentalismo, niente moralismo esplicito: solo la narrazione cruda di come funzionano le cose quando si è poveri e si è donne.
Milano come palcoscenico
Le storie e aneddoti sulla città di Milano che affiorano dai versi di Porta non sono generici. Sono geograficamente e socialmente precisi. Si riconoscono i quartieri, i tipi umani, le gerarchie sociali. La Milano che emerge è quella di inizio Ottocento, con la sua stratificazione rigida, i suoi riti collettivi, i suoi spazi pubblici dove classi diverse si incontravano senza mai davvero mescolarsi.
Il Verzee — il mercato del verde dove Ninetta lavora — è un luogo reale. Il Broletto, la Contrada del Cappello, i portici della città: tutto nella poesia di Porta ha una collocazione precisa. Questo radicamento topografico non è decorativo; è parte integrante del realismo che distingue la sua scrittura dalla poesia aulica contemporanea.
Non mancano i riferimenti alla trasformazione urbanistica e politica che Milano stava vivendo. L'arrivo dei francesi, il periodo napoleonico con le sue promesse di modernità, e poi il ritorno degli austriaci con la Restaurazione: tutto questo filtra attraverso la voce dei personaggi popolari, che vivono i grandi cambiamenti storici come fenomeni incomprensibili che piombano dall'alto sulle loro esistenze.
Il rapporto con Manzoni e la cultura romantica
Porta fu contemporaneo di Alessandro Manzoni e i due si frequentarono, condividendo ambienti intellettuali comuni. Il confronto tra i due è illuminante: entrambi si interessavano alla lingua parlata dal popolo, entrambi avevano a cuore la rappresentazione realistica della società. Ma le strade che scelsero furono radicalmente diverse. Manzoni optò per un italiano accessibile e nazionale; Porta rimase fedele al dialetto, convinto che quella fosse l'unica lingua capace di restituire la verità della sua Milano.
Nel dibattito romantico sull'identità culturale italiana, Porta occupò una posizione particolare. Non era un nazionalista nel senso pieno del termine, ma aveva una consapevolezza acutissima dell'identità locale milanese. Il dialetto era per lui insieme strumento letterario e manifesto culturale.
La critica letteraria successiva lo ha spesso collocato in una posizione subordinata rispetto ai grandi nomi del romanticismo italiano. In realtà la sua influenza è stata notevole, sia sulla letteratura dialettale lombarda che, più in generale, sul realismo letterario italiano.
Una voce che non ha smesso di parlare
Porta morì a quarantasei anni, lasciando un'opera relativamente contenuta in termini di volumi ma di densità straordinaria. I suoi testi sono stati studiati, antologizzati, messi in scena. Alcune sue espressioni sono entrate nel repertorio della milanesità colta, citate ancora oggi come si citano i classici.
Ciò che rende ancora attuale la sua poesia non è la nostalgia per un mondo perduto, ma la precisione con cui ha descritto certi meccanismi della convivenza urbana che — cambiate le scenografie — non sembrano poi così lontani. L'ipocrisia dei potenti, la resistenza ironica dei deboli, la capacità di una città di contenere al suo interno mondi completamente separati: sono temi che un lettore contemporaneo riconosce senza difficoltà.
Riscoprire Carlo Porta significa riscoprire uno strato profondo della storia culturale milanese, quella che non passa per i palazzi e le commissioni ufficiali ma per le voci dei vicoli, dei mercati, delle osterie. Una storia fatta di persone comuni, raccontata da qualcuno che le aveva guardate davvero.